La Morgia Sonia

Località: Emilia Romagna
Ente: insegnante Primaria
Intervista conoscitiva

Da piccola chi è stato il tuo “insegnante” di gentilezza?

Non ricordo di aver avuto nessun “insegnante di gentilezza” anzi era luogo comune che i bambini venissero considerati “sottoposti” degli adulti che avevano tutti i diritti di imporsi ai piccoli.

In adolescenza ho avuto un grande esempio vivente di gentilezza dalla mia capo scout (che si chiama Grazia!) e che sempre molto dolcemente e con il sorriso sapeva guidare, correggere, consigliare e accompagnare noi ragazzini/e.

Come insegni agli alunni la gentilezza?

Diciamo che più che insegnare gentilezza, provo di praticarla. Il sorriso, il tono e le parole scelte per rivolgermi a loro sono quelle che avrei voluto da piccola (spesso racconto ai miei alunni le mie esperienze di scolara “bistrattata” da una maestra particolarmente severa e intransigente!). Inoltre cerco di far notare come una stessa richiesta può essere rivolta e recepita diversamente se si usano toni e parole gradevoli. L’insegnamento di fondo è “fai quello che vorresti ricevere (con le modalità che ti piacciono) e proviamo a riflettere su come uno stesso gesto o messaggio cambia di significato per la modalità in cui viene proposto.

Una parola gentile che usi sovente con i tuoi alunni?

Per piacere e grazie sono parole che mi appartengono a priori. Mi scuso con loro se dimentico qualcosa o mi capita di non riuscire a completare in una stessa giornata tutte le attività che avevo presentato.

Ma soprattutto cerco di coinvolgerli anche nelle proposte didattiche, con l’intento di suscitare entusiasmo e partecipazione, piuttosto che imporre un programma. Posso dire che questo genera davvero un clima collaborativo e di vera condivisione. Tanto che anche loro, spontaneamente, sanno dire grazie anche quando ricevono semplicemente una fotocopia per un lavoro in classe …

Come può la gentilezza aiutare i bambini a vivere la scuola più serenamente?

Quando le parole e i gesti ti fanno sentire accolto, stai volentieri in quell’ambiente. Per me la scuola è stata un’esperienza traumatica e vorrei esattamente il contrario per i bambini e le bambine con cui incrociamo le nostre vite. La scuola è prima di tutto un’esperienza di condivisione, di arricchimento e di occasioni per crescere. Io per prima imparo ogni giorno qualcosa di nuovo da loro e finchè riuscirò ancora a stupirmi per ogni nuova scoperta, continuerò a proporre la scuola come un’esperienza di nuove scoperte da condividere insieme per arricchirci reciprocamente. Tutto questo, vissuto con tolleranza e gentilezza, genera un ciclo virtuoso che contagia positivamente ognuno di noi e viene sentito anche da chi entra saltuariamente in classe.

Quando un alunno sbaglia, come lo correggi con la gentilezza?

Dal primo giorno di scuola fornisco loro un “comandamento” : siamo qui per sbagliare perchè dagli errori si impara! Per la nostra società, che coltiva il mito della perfezione, sbagliare è un tabù e spesso ci si attende che i bambini sappiano fare bene a priori! Così un errore sembra un torto insormontabile!

Credo invece che ci si possa educare a essere perfettibili e che da ogni sbaglio inizi una riflessione e la possibilità di recuperare per fare meglio la prossima volta.

Quando un bambino o una bambina sbagliano qualche esercizio assegnato la mia abitudine è ringraziarli di quell’esempio perché mi danno la possibilità  di spiegare meglio l’argomento e che quel loro errore sarà utilissimo. Anche in questo caso racconto loro gli episodi che mi sono stati utili a imparare quando ero piccola, ricordando benissimo cosa avevo sbagliato e che da allora non ho più dimenticato. La differenza è che allora ogni sbaglio diventata fonte di mortificazione mentre la mia proposta è aiutare ognuno/a a riconoscere i propri limiti non per sentirsi limitato ma per comprendere come utilizzarli. Inoltre nessuno deve identificarsi nei propri errori: credo nella gentilezza come strumento per accrescere una sana autostima: e se ogni singolo migliora, tutta la società sarà migliore.  Cerco nel mio piccolo di “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato” (cit. Baden Powell). Sbagliare è umano, aiutare a correggersi senza umiliare è – a mio avviso – il primo fondamentale compito e dovere di ogni persona adulta e matura. Quando si tratta di comportamenti che possono ferire altre persone, il mio obiettivo è trasmettere ai bimbi e alle bimbe, che ho la fortuna di incontrare, che non è un reato sbagliare, ma è inumano non cercare di riparare all’errore. La punizione non ha molto senso ma un gesto di riparazione è molto più significativo sia per chi può chiedere scusa che per chi lo riceve. E di solito ottengo un effetto paradosso per cui chi ha subito il torto chiede a sua volta scusa, magari per una reazione eccessiva.