Costruiamo Gentilezza

David Cristina

Località: Piemonte / Masera
Intervista conoscitiva

Associata n° 47 – 2026

Di cosa ti occupi?

Sono psicologa e counselor certificata. Lavoro con le persone e le organizzazioni per favorire consapevolezza ed equilibrio e esplorare le possibilità presenti prima di scegliere. Mi occupo di benessere organizzativo, counseling e percorsi di crescita personale, con uno sguardo attento alla qualità delle relazioni.

Cosa significa per te essere gentile oggi, nella vita di tutti i giorni?

Essere gentile, per quanto riguarda la mia esperienza, significa scegliere un’azione o una risposta ponderata al posto della reazione istintiva, per esempio. E’ tendere sempre (perché è difficile farlo) ad un stile relazionale che emerge attraverso un mix di pensiero e di rispetto: dire la verità senza aggredire o fare male, ascoltare sospendendo il giudizio, affrontare e attraversare i conflitti senza aggressività, permanendo in quello spazio “scomodo” che si crea tra la pace (finta) e guerra. Quello che vorrei sottolineare e soprattutto diffondere è il concetto di gentilezza intesa non come debolezza, ma come una modalità di stare nel mondo pensando che ciascuno può trovare il proprio posto.

Qual è un piccolo gesto di gentilezza che cerchi di praticare ogni giorno?

Sorridere mentre saluto, che sembra davvero un piccolo gesto ma scalda il cuore mio e di chi lo riceve. E poi, nelle relazioni quotidiane, prestare un ascolto interessato davvero a ciò che l’altro mi sta comunicando, dandogli spazio e tempo, senza trarre conclusioni o farmi influenzare dalla tendenza a giudicare.

Quando hai visto la gentilezza fare davvero la differenza?

In modi e luoghi davvero diversi. Nel contesto personale, spesso un atto di gentilezza, anche semplice ed inaspettato, può cambiare il clima della relazione, permettendo a chi lo fa di sentirsi grato e nello stesso tempo a chi lo riceve di sentirsi “al sicuro”.

La gentilezza, soprattutto nei luoghi di lavoro, può trasformare un clima difensivo in uno spazio di collaborazione. All’interno di una situazione conflittuale, attivare una modalità comunicativa gentile  ma sicura, o praticare un atto di gentilezza proponendo di posticipare la discussione al fine di attivare una regolazione emotiva degli interlocutori, protegge dall’escalation e dal rischio di cadere nell’impossibilità comunicativa.

Cosa rende difficile essere gentili nel mondo di oggi?

Credo ci siano molti fattori, ad esempio la velocità con cui il mondo cambia, il fatto che in alcuno culture non sempre la gentilezza è ritenuta un valore, l’essere sottoposti a pressioni continue e a spinte competitive sotto l’egida del mito della performance continua. Viviamo spesso in una modalità reattiva immediata che riduce il tempo della riflessione, mancano spazi di pensiero, siamo troppo assorbiti dalla dimensione del “fare”. Paradossalmente, più costruire gentilezza è faticoso, e quindi ci dà un segnale di quello che sta succedendo nella realtà, e più diventa necessaria.

In che modo il tuo impegno come Ambasciatore porta gentilezza nel tuo contesto (famiglia, lavoro, comunità)?

Riconosco la gentilezza come un tratto strutturante della mia personalità. Nel mio lavoro porto la gentilezza come competenza relazionale: nei percorsi di counseling, nella comunicazione, negli interventi organizzativi. In famiglia (sono anche caregiver) e nella comunità cerco di pormi con una modalità di dialogo rispettoso, benvolente e di attenzione allo stato d’animo dell’altro, strettamente collegata con l’empatia.

Quale cambiamento positivo hai notato da quando fai parte di Costruiamo Gentilezza?

E’ stato un incontro generativo, anche se recente. Mi sento parte di una comunità con la quale condivido un valore che non sempre viene ritenuto tale e che parla del mio modo di vedere le relazioni. Appartenere a Costruiamo Gentilezza potenzia questa consapevolezza di valore e mi conferma in un’epoca che non ne premia l’espressione, che anche i piccoli gesti hanno un impatto collettivo.

Se tutti praticassero un gesto gentile al giorno, cosa pensi cambierebbe nella comunità?

E’ un obiettivo sfidante, nella sua semplicità. Credo che fondamentalmente cambierebbe il clima tra le persone nei vari contesti di vita, perché la fiducia crescerebbe e con essa la propensione al mutuo aiuto, al sostegno reciproco. Probabilmente permetterebbe alle persone di sentirsi viste, riconosciute e meno sole. Forse è un pensiero ingenuo e utopistico, ma credo che diffondere atti di gentilezza potrebbe essere una forma di prevenzione del degrado sociale.

Che messaggio semplice vorresti lasciare a chi sceglie di costruire gentilezza nel 2026?

La gentilezza non si nutre di formalità e buona educazione, è scegliere autenticamente di “vedere” l’altro e tenere sempre presente la sua umanità. E questo non può prescindere dal tenere presente la nostra umanità. Essere gentili con noi stessi, guardarci dentro senza giudizi spietati o rimproveri e parlarci con benevolenza ci permette di cambiare lo sguardo con il quale guardiamo gli altri e facilita l’espressione di atti di gentilezza, li rende spontanei, naturali.