Costruiamo Gentilezza

Trichilo Francesca

Località: Piemonte / San Mauro Torinese
Intervista conoscitiva

 

Associata n° 74 – 2026

1. Di cosa ti occupi?
Sono una psicologa clinica, insegnante e formatrice (attiva anche presso l’ENAIP). La mia attività professionale si muove costantemente tra la dimensione terapeutica dello studio clinico, lo spazio educativo della scuola dell’infanzia e le aule della formazione professionale. In questi contesti mi occupo di salute mentale collettiva, benessere relazionale e sviluppo di competenze emotive, integrando la teoria scientifica con la progettazione sociale sul territorio.
2. Una proposta per costruire gentilezza che proponi come socio di Cor et Amor?
Propongo di strutturare laboratori territoriali focalizzati sulla “parola a tutti, nessuno escluso”, mirati a scardinare i muri invisibili dell’isolamento moderno. Ispirandomi al lavoro di Basaglia e Agostino Pirella sulla chiusura dei manicomi, ricordo che se un tempo l’esclusione sociale era racchiusa tra mura fisiche e visibili, oggi quelle barriere si sono polverizzate e diffuse. L’isolamento attuale si nasconde nel silenzio delle nostre case, nelle apparenti “comfort zone” individuali e dietro gli schermi dei cellulari. La mia proposta è creare presidi di “gentilezza clinica e sociale”: spazi di incontro reale che abbattano questi muri digitali per rimettere al centro la salute mentale di comunità attraverso la parola e l’ascolto.
3. Cosa significa per te essere un ambasciatore di Costruiamo Gentilezza?
Significa agire come un attivista della salute mentale e un facilitatore di comunità. Essere ambasciatrice non significa promuovere una cortesia superficiale o una forma di educazione formale. Significa fare la scelta coraggiosa di rompere le nuove solitudini, assumendosi la responsabilità di tradurre la gentilezza in una prassi operativa e istituzionale in grado di generare un cambiamento profondo e misurabile nel tessuto sociale.
4. Come promuoverai Costruiamo Gentilezza sul tuo territorio?
Promuoverò il progetto applicando concretamente i principi di Pirella e Basaglia sulla territorializzazione delle relazioni e delle cure, creando reti sinergiche tra lo studio clinico, le scuole, l’ENAIP e le amministrazioni locali. Lo farò potenziando e diffondendo iniziative nate da questa visione, come il progetto “Oltre l’Isolamento”, per trasformare il territorio in un laboratorio aperto dove la gentilezza diventa un’abitudine sociale diffusa capace di incidere a lungo termine sulle politiche educative e sociali.
5. Una regola di gentilezza che è importante conoscere?
L’esercizio dell’ascolto profondo e della parola inclusiva. Questa regola impone di fare spazio all’altro nella sua interezza, riconoscendo la dignità di ogni vissuto. Non è un semplice atto di cortesia, ma una vera e propria competenza relazionale e terapeutica: permette di validare l’esistenza di chi ci sta di fronte, disinnesca l’ostilità e rappresenta il primo passo fondamentale per abbattere i muri dell’isolamento.
6. Cosa significa essere associata a Cor et Amor?
Significa fare parte di un’infrastruttura solida di “visionari operativi” che collaborano per un obiettivo comune: rendere la gentilezza un’abitudine diffusa entro il 2036. Essere socia mi permette di far dialogare in modo fluido le mie diverse anime professionali – la psicologia clinica, l’insegnamento e la formazione – con una rete nazionale. Questa sinergia ci consente di strutturare progetti misurabili, visibili e capaci di incidere strutturalmente sulla comunità.
7. Come è comparsa la gentilezza nella tua vita?
È comparsa nel momento in cui ho teorizzato e vissuto quello che definisco il “travaso” di esperienze ed energie tra la scuola dell’infanzia e i miei ambiti di intervento. Osservando il mondo dei bambini nella scuola dell’infanzia, ho avuto accesso alla sorgente della gentilezza nella sua forma più pura, autentica e totalmente priva di sovrastrutture o scorie socio-culturali. Questo costante travaso energetico ed emotivo ha trasformato il mio modo di lavorare: prendo quella purezza infantile e la riverso quotidianamente nel setting dello studio clinico, nelle aule di formazione dell’ENAIP e nella progettazione sociale, mettendo l’empatia radicale al centro di ogni mio gesto.
8. Chi rappresenta per te un buon esempio di gentilezza?
I bambini della scuola dell’infanzia, che con la loro naturale capacità di inclusione accolgono e aiutano i propri pari senza pregiudizi o filtri ideologici. Accanto a loro, un grande esempio è rappresentato dalla fitta rete di insegnanti, amministratori locali e volontari che – come accaduto per la nascita del progetto “Oltre l’Isolamento” – decidono di cooperare con generosità, mettendo a disposizione tempo e competenze per costruire comunità più accoglienti e vicine ai cittadini.
9. Una citazione sulla gentilezza che ricordi volentieri?
Ricordo volentieri l’insegnamento finale delle Città invisibili di Italo Calvino, quando invita a “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Per me questa ricerca coincide esattamente con la teoria del travaso: significa saper riconoscere quell’energia pura e priva di scorie dei bambini all’interno dell’inferno dell’isolamento sociale moderno. La gentilezza diventa così l’atto clinico e sociale di dare spazio a quella purezza, custodendola e travasandola nello studio clinico, nelle aule dell’ENAIP e sul territorio, per renderla capace di trasformare le nostre comunità in luoghi di autentico incontro umano.