Costruiamo Gentilezza

Approfondiamo la conoscenza della gentilezza con Anna Maria Palma

webinar  svoltosi Venerdì 7 maggio 2021

 

“Protagonista” Anna Maria Palma

Presentazione logica, ineccepibile e comprensibile per un evento.

Ho recuperato l’imbarazzante sensazione scaturita dalla parola “protagonista”, sentendomi insieme a tante persone che a titolo diverso erano lì perché appassionate di gentilezza: alcune come costruttrici, altre come ambasciatrici o semplicemente come cittadine gentili, ma tutte persone con un denominatore comune: la gentilezza.

Nel mio senso di gentilezza non esistono protagonismi e la tranquillità che ho ritrovato è stata proprio quella di ritrovarmi insieme.

Anche se, nel nostro libro, abbiamo scritto: “insieme è una parola complessa”.

Nell’incontro ho percepito l’essere insieme come un fatto silenzioso, coperto e garantito da uno spazio di riservatezza, un atteggiamento interiore di profonda gentilezza.

Una predisposizione invisibile che nel “Piccolo Principe” la volpe spiega quando parla di preparare il cuore per l’arrivo di un amico: «se tu vieni sempre alle quattro del pomeriggio, alle tre io già comincerò ad essere felice. Più si avvicinerà il momento, più mi sentirò felice”. E la volpe parla anche dell’importanza di una corrispondenza di intenti per creare un “insieme” intriso di presenza quando dice “ma se tu vieni quando ti pare, non saprò mai quando preparare il mio cuore».

E ieri io avevo preparato il cuore.

Cuore, l’energia del cuore più volte citata nell’incontro.

Proprio qui si manifesta la possibilità della gentilezza, capace di trasformare il “come” di un incontro “insieme” già molto tempo prima del suo avvenire.

In un’architettura umana la parola “insieme” potrebbe prendere le forme di un patio, un cortile interno dove fermare il tempo di incontro con l’altro, dandogli profondo valore.

Nell’evento il patio è stata una piattaforma.

Sempre più è un luogo dove non tutte le persone riescono a creare un tempo dedicato all’altro.

Ma anche qui c’è la possibilità di presentarsi gentili.

Non perché siamo nelle nostre case, non perché siamo dietro a uno schermo siamo legittimati a non prenderci cura dell’altro, che con impegno ha dedicato un suo tempo ad esserci, ad essere lì in quel contesto e condividere i suoi pensieri sulla gentilezza.

E allora si può rimanere gentili magari adottando posture e abbigliamento consoni.

Si può garantire la gentilezza della presenza. Non portando in giro il cellulare se ci si è connessi con questo dispositivo, non facendo altro seguendo l’incontro.

E’ gentile dimostrare il proprio interesse per la persona che sta parlando, poi per i professionisti impegnati nell’organizzazione dell’evento.

Soprattutto ascoltare, ascoltare con attenzione nutre la relazione.

Tutti insieme per costruire gentilezza.

A questo proposito in “L’Arte dell’Ascolto” di Plutarco si leggono parole di grande senso:

«l’ascoltatore ha dunque una vasta gamma di motivi e di spunti per mostrarsi gentile con chi tiene una conferenza o una lezione. Non è necessario dimostrarglielo con la voce, bastano uno sguardo mite, un volto pacato, un atteggiamento benevolo e interessato…..stare seduti, col busto eretto, non assumere pose rilassate e tantomeno scomposte, tenere lo sguardo fisso su chi sta parlando, mostrandosi attento e vivamente interessato ma con nel volto un’espressione che non lasci trasparire non solo alcun sentimento di alterigia o di insofferenza, ma neppure altri pensieri o preoccupazioni…chi ascolta con fronte accigliata, indice di arroganza o presunzione, un volto annoiato, lo sguardo errante di qua e di là, le membra scomposte e le gambe accavallate; e sono comunque biasimevoli e da evitare con molta accortezza anche un cenno o un bisbiglio col vicino, i sorrisetti ironici, gli sbadigli sonnacchiosi, seppure repressi, il capo abbassato e qualunque altro simile atteggiamento.»

 

Il tempo dell’ascolto.

Anche questo tema è stato sottolineato: il tempo della gentilezza. Un tempo di intima connessione. Quello sottratto al proprio privato per venire a condividere riflessioni su un tema così importante.

“Insieme” diviene allora un frutto della gentilezza quando assume le sensibilità, le capacità e piano piano le competenze del saper guardare nella stessa direzione, immaginare il mondo interiore, le idee e le emozioni dell’altro e soprattutto del farlo in punta di piedi, rispettosi delle differenze e delle preferenze, con il comune desiderio di sentirsi riconosciuti e trattati bene per ispirarsi poi a trattare bene noi stessi, ad essere gentili con noi stessi.

Anche questo è stato un punto considerato nell’incontro. Come si fa ad essere gentili con noi stessi? Trattandoci bene è la risposta più di sintesi. Poi andando più a fondo, potremmo sviluppare un dialogo interno rispettoso, non offensivo, non giudicante: essere pazienti con noi stessi, stare dalla nostra parte, fidarsi delle proprie emozioni e sensazioni, cercando di non confliggere con noi stessi.

«Le buone maniere, – le buone relazioni ho aggiunto io –, richiedono tempo e nulla è più volgare della fretta» è una citazione che amo perché la gentilezza si nutre di tempo, un tempo di presenza, un tempo di attenzione, un tempo di interesse per l’altra persona, un tempo per la scelta, un tempo profondamente affettivo.

Tutti protesi a cercare spunti per non alimentare i prelevamenti nel conto corrente della gentilezza. Ce ne sono di sottili, ce ne sono di più significativi: non ascoltare, insistere, interrompere, punire, abbandonare, fare pressione, mettere fretta, svalutare i bisogni, non tenere conto delle preferenze, confliggere, squalificare, interrompere la comunicazione, umiliare, irridere, minimizzare, trattare con sufficienza o con superiorità.

Poi ancora, non dare o non ricevere risposta a un messaggio, cogliere una espressione di non presenza o di disinteresse sul volto dell’altro, venire ignorati in un gruppo wapp, non sentirsi scelti, non sentirsi una priorità per l’altro.

Ma l’impegno più importante è quello di alimentare i depositi, sul conto corrente della gentilezza. Ce ne sono sei fondamentali: mantenere gli impegni presi, comprendere la persona, chiarire le aspettative, badare alle piccole cose, dar prova di coerenza personale e soprattutto scusarsi sinceramente in caso di prelievo.

Su ognuno di loro occorre riflettere con attenzione.

Quel che è certo, è come sia necessario accertarsi e prendersi cura che il saldo del conto corrente della gentilezza non vada in rosso, denunciando un calo della fiducia che sicuramente inciderà poi sulla qualità della relazione.

La gentilezza non può e non deve essere un’abitudine, un abito leggero che si indossa magari per opportunismo ma senza convinzione.

La persona gentile potrebbe trovarsi anche nelle condizioni di essere sgradevole, se vuole. Sceglie di non esserlo, semplicemente.

Questo permette anche di dare la risposta precisa all’eccezione che spesso viene fatta, ossia se rimanere gentili anche quando incorriamo in arroganze, aggressività, pesanti scortesie.

Ferme rimanendo una serie di accortezze da mettere in atto, forse anche per prevenire che certi fatti si manifestino, la persona autenticamente gentile ha interiorizzato il principio che nessun comportamento scortese la indurrà a comportarsi come lei ha scelto di non fare.

Perché se non posso scegliere quello che sto vivendo, quello che mi sta accadendo, posso sempre scegliere il modo di affrontarlo.

Come scrive Carofiglio: «La pratica della gentilezza è una scelta, e per esercitarla ci vuole coraggio.

Perché la gentilezza è ben altra cosa dalla cortesia, dalle buone maniere, dal garbo o dalla gradevolezza.

La natura della gentilezza autentica emerge quando per praticarla dobbiamo superare la paura, vincere la rabbia, a volte superare la disperazione. Dare senso. Essere umani.»

E’ una scelta che siamo chiamati a fare nelle innumerevoli circostanze nelle quali ciascuno di noi è implicato.

E le circostanze sono spesso legate alle relazioni che intratteniamo.

Ma la relazione è di per sé un flusso ininterrotto di autorivelazione, di autoconoscenza e richiede una continua plasticità e flessibilità del pensiero e delle emozioni.

Proprio in quanto processo, ha il senso implicito di un continuo divenire.

 

Ecco perché la gentilezza implica un costante e sistematico avvio di intenzione e di libertà di scelta.

E comporta quindi un rinnovato impegno a prendersi cura di un equilibrio dinamico da monitorare momento per momento, senza dare nulla per scontato, neanche l’amore dichiarato, meno che mai l’innamoramento o ancor più le etichette o l’immagine che ci siamo fatti dell’altro.

Considerando ogni relazione nutrita da un dialogo sperimentale, ecco che la gentilezza si manifesta come una instancabile ricerca.

Ricerca che si alimenta di una passione autentica per l’autoconoscenza o l’autoconsapevolezza con l’esplorazione di strumenti aperti, liberi, che ci aiutano ad andare oltre il limite di voler solamente avallare quanto già conosciamo.

Strumenti che ci facciano aprire ad un confronto, a uno scambio, a tratti a una condivisione, per ampliare l’orizzonte stesso della conoscenza di noi e del mondo.

Ascoltare è un atto d’amore che si manifesta quando non si riduce l’altra persona alla nostra esperienza, al già conosciuto da noi. L’ascolto diventa un atto di scoperta dell’altro, che perciò si apre con fiducia, proprio perché si sente ascoltato.

Luce Irigaray scrive: «Ti ascolto, percepisco ciò che dici, vi sono attento, cerco di sentire in quello che dici, la tua intenzione, lasciando spazio per il “non ancora codificato».

Le migliori condizioni per un ascolto consapevole implicano una complessità da assumere.

Sarebbe auspicabile sospendere i giudizi di valore, osservare quindi con attenzione, mettersi nei panni dell’altra persona, verificare sempre la comprensione senza giungere frettolosamente a veloci conclusioni, lasciare da una parte i propri pensieri e le proprie opinioni. Soprattutto tenere a freno il desiderio di parlare, di dire la propria.

Ricordare poi che il silenzio aiuta a capire e che il vero ascolto è sempre nuovo.

Il silenzio stesso diventa un’altra forma di ascolto.

Saper aspettare che emerga la prossima frase, la prossima cosa da comunicare, far sentire che si può non rincorrere pensieri e parole, ma saper attendere la prossima manifestazione, la prossima espressione.

Si può dare spazio al non ancora espresso, forse qualcosa di significativo che riesce a manifestarsi proprio per quel silenzio rispettoso.

 

Può esserci un momento in cui ci si incontra su un piano più profondo, senza il bisogno di parole.

E’ un silenzio pieno di significato.

Qualunque sia la sua durata è un silenzio prezioso, da godere e assaporare.

E’ un silenzio autentico, reso possibile da un “vero” discorso.

Silenzio a volte di gesti, di parole, di emozioni e di pensieri.

 

Ecco allora le parole con le quali si è concluso l’incontro: connessione, interdipendenza, trasparenza, senso della possibilità, farsi da parte, incontro, cura, confidenza e fiducia, ascolto, rispetto, disponibilità, generosità, accoglienza, apertura, attenzione ai bisogni, presenza, non ricorrere alla forza, aiutare i più deboli.

Tutte queste parole hanno dentro una forte convinzione, quella di co-costruire un mondo di relazioni affettive, dove esiste un profondo rispetto per le differenze e per le preferenze e dove non è previsto in nessun caso e per nessuna ragione il ricorso all’uso della forza.

«La persona gentile cammina con passo leggero, ascolta con attenzione, guarda con tenerezza e tocca con rispetto. La persona gentile sa che la vera crescita richiede nutrimento, e non forza.  Rivestiamoci di gentilezza!»  Henri J.M. Nouwen

 

Anna Maria Palma (Ambasciatrice di Costruiamo Gentilezza)